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Le affinità elettive

Di Johann Wolfgang von Goethe

Riscrittura Maria Teresa Berardelli

Regia Andrea Baracco

con Elena Arvigo, Silvia D’Amico, Denis Fasolo, Gabriele Portoghese

e con Carolina Balucani, Oskar Winiarski

scene e costumi Marta Crisolini Malatesta

musiche originali Giacomo Vezzani eseguite da UmbriaEnsemble

luci Simone De Angelis

video Luca Brinchi, Daniele Spanò

aiuto regia Carolina Balucani

produzione Teatro Stabile dell’Umbria con il contributo speciale della Fondazione Brunello e Federica Cucinelli

 

Credo che l’uomo sogni solo per non smettere di vedere 

Pubblicato nel 1809, Le affinità elettive è il quarto romanzo di Goethe. Il titolo si riferisce a quella proprietà per cui due elementi chimici, seppur legati ad un terzo, in presenza di un nuovo elemento tendono ad abbandonare il legame originario per comporne uno nuovo a scapito del primo.
Ne Le affinità elettive c’è un grande gioco di equilibri e contrasti tra essere e dover essere, tra istinto e ragione, tra sensualità e moralità, tra immediatezza e riflessione, tra destino e volontà. Il tentativo è quello di mostrare le forze che provengono dalla dissoluzione del matrimonio. La passione perde tutto il suo diritto, la sua felicità e la sua potenza quando cerca di venire a patti con l’agiata e garantita vita borghese. Carlotta ed Edoardo, dopo una lunga separazione, si ritrovano e decidono di sposarsi e si impegnano in maniera così ostinata nella difesa del loro rapporto tanto da isolarsi in un luogo lontano da tutto. L’equilibrio tanto ricercato viene però improvvisamente sconvolto dall’arrivo di un amico di Edoardo, il Capitano, a cui seguirà poco dopo l’arrivo della nipote di Carlotta, Ottilia. Con questi due nuovi elementi, l’equilibrio coniugale tra Carlotta e Edoardo entra in crisi e le affinità elettive cominciano progressivamente a operare e quindi a modificare, fino a stravolgerli, i legami.
Qualunque idea ci facciamo di noi stessi, ci penseremo sempre dotati di vista”, scrive Ottilia nel suo diario, ed è proprio una buona vista che in realtà sembra mancare ai personaggi del romanzo dell’autore tedesco. Questi uomini e queste donne non riescono proprio a guardare né a guardarsi fino in fondo, credono di avere lo sguardo sull’altro e sul mondo ma in realtà qualcosa sporca loro la visuale, la prospettiva, li intorpidisce, e non riescono a fare altro che chiudersi sempre di più in loro stessi, fino ad auto divorarsi, a languire nel male e nel dolore, rinunciando al cibo e alla parola, sprofondando nel silenzio. Questi personaggi, tutti, vivono in un perenne turbamento, sono a tutti gli effetti degli anoressici (Ottilia, la più giovane e radicale tra tutti i personaggi del romanzo, è di fatto la prima anoressica della letteratura) incapaci di accogliere tra le proprie braccia e nel proprio sguardo qualsiasi cosa al di là di loro stessi, o meglio delle loro paure.
Quando l’elemento caos entra nella vita dei quattro protagonisti, essi improvvisamente saltano in aria e vengono, non solo travolti, ma addirittura annientati dal non previsto tanto sono fragili e sprovvisti di zavorre. In definitiva, nessuno si salva né viene salvato; è persino inutile chiedere aiuto, sai già che nessuno arriverà in soccorso.

Andrea Baracco

 

Lavorare alla riscrittura teatrale del romanzo di Goethe mi ha permesso di penetrare nell’animo dei suoi personaggi che, nonostante i legami che tra loro si vengono a creare, sembrano essere terribilmente bloccati in loro stessi. La prima azione che ho cercato di fare è stata quella di entrare il più possibile in empatia con la storia di Carlotta, Edoardo, Ottilia e il Capitano. Una storia molto semplice, che racconta però con estrema delicatezza le fragilità dell’animo umano attraversando l’amore, la passione, il desiderio, la speranza, la morte.
Ciò che più di tutto mi ha colpita, e ciò che ho tentato di portare avanti all’interno della riscrittura, è il senso di rinuncia con cui tutti i personaggi hanno a che fare. Carlotta, ad esempio, non sa rinunciare a Edoardo e proprio questa sua ostinazione l’aiuta a rinunciare alla passione verso il Capitano.  Edoardo, invece, non sa rinunciare dapprima ad avere affianco a sé un amico e poi alla sua folle passione verso Ottilia; è talmente ostinato in questa sua mancanza di rinuncia, che non può fare altro che morire. Ottilia è la madre della rinuncia: sceglie di rinunciare a Edoardo con eroica severità, arrivando a smettere di parlare e di mangiare e, conseguentemente, a morire. Infine il Capitano, come Ottilia se pur in maniera assai diversa, conosce il senso di rinuncia e sceglie di abbandonare la sua passione per Carlotta, non agendo mai veramente per attirarla a sé.
Una storia di rinuncia, o di mancata rinuncia, quindi. Una storia che ancora oggi ci può parlare perché, avendo a che vedere solo con l’umano, sembra non subire i cambiamenti del tempo, restando estremamente viva.

Maria Teresa Berardelli

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